01/10/2007
I PERCORSI DELL'ASTRAZIONE
Quasi un secolo è trascorso dalle primi apparizioni dell'arte astratta nella nostra sponda, quella occidentale, senza voler considerare, in queste nostre brevi righe, i disegni e le forme astratte apparse in epoca preistorica sulle pareti di alcune caverne, peraltro frammiste ad altri disegni dagli evidenti riferimenti naturali.
In Italia si considera la prima apparizione dell'astrattismo quella del novembre 1934 presso la galleria e libreria "Il Milione", in via Brera a Milano. Bogliardi, Ghiringhelli, proprietario della galleria, e Reggiani furono gli inauguratori del nuovo corso. Poi nei mesi seguenti le mostre di Luigi Veronesi, Fontana, Soldati, Licini e Melotti. A questi autori si affiancavano poi due giovani artisti di area comasca: Mario Radice e Manlio Rho. Quindi isolati ma ugualmente impegnati in quegli anni in una analoga ricerca, Bruno Munari, con le sue "Macchine inutili" , il torinese Piero Rambaudi e la veneziana Bice Lazzari.
Precedentemente a queste esperienze ma riferibile a un'area futurista, con le sue particolari poetiche, era stato Balla, con "Compenetrazioni" del 1912 a liberare la tela da ogni riferimento naturalistico; opere alle quali possiamo allineare, sempre in ambito futurista, le poesie visive di Cangiullo (1914) e alcune tele di Enrico Prampolini (1914)
Pensando oggi a una ipotetica mostra che presentasse le varie e molteplici diramazioni che da quel primo nucleo si sono poi nel tempo sviluppate in una straordinaria varietà e vitalità di linguaggi, mi troverei ad individuare e privilegiare alcuni percorsi dove autori storicizzati sostano insieme ad altri di più recente formazione, la cui opera testimonia l'attualità di questo linguaggio artistico, il più radicale e rivoluzionario, non solo del xx secolo, nella storia delle arti.
Sono percorsi che a volte hanno guidato, sempre nello stesso ambito, l'intera vita di un artista. Altre volte, e più spesso nelle esperienze recenti segnate da un accentuato nomadismo stilistico, sottolineano un particolare periodo, se non un particolare aspetto, dell'intera opera di un pittore - come in Carmassi, o Uncini, o Baruchello che potrebbero ugualmente sostare in molti dei nostri percorsi. Ecco dunque le mie strade maestre.
OLTRE IL SEGNO: Alberto Burri, Lucio Fontana, Mimmo Rotella, Arturo Carmassi, Giuseppe Uncini
LA LUCE DELLA TELA: Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Antonio Calderara, Riccardo Guarnieri, Francesco Lo Savio.
LE PULSIONI DEL CUORE: Emilio Vedova, Alfredo Chighine, Achille Perilli, Cesare Lucchini, Sandro Martini.
L'EMOZIONE DELLA FORMA: Giuseppe Capogrossi, Pino Pinelli, Arturo Lini, Bice Lazzari, Giuseppe Santomaso.
IL SEGNO E LA PAROLA: Gastone Novelli, Magdalo Mussio, Cy Twombly, Gianfranco Baruchello, Vinicio Berti
SINFONIA DI SEGNI: Carla Accardi, Emilio Scanavino, Tancredi, Giorgio Celiberti, Afro Basaldella.
00:52
Scritto da: girovabondo
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18/06/2007
Poesia Visiva, di Arturo Lini
Ho cominciato ad interessarmi alla poesia visiva agli inizi degli anni '80, dopo la stesura di "Opera Prima" raccolta poetica poi pubblicata nel 1983, come naturale evoluzione di una ricerca poetica e sperimentale che aveva avuto nel "Gruppo 63" e nei poeti visivi fiorentini degli anni '70 i termini di riferimento.
Devo dire, nonostante queste premesse, che da subito mi ritrovai a comporre opere che si costituivano, e caratterizzavano, in un linguaggio personale, svincolato da qualsiasi teorizzazione o progettazione, più vicino a una sensibilità pittorica e gestuale che non alle contemporanee elaborazioni di ordine poetico visuale e concreto. Guardavo anche al manifesto pubblicitario: alla immediatezza del messaggio, alle grafie e alle scritture sviluppate in strutture chiare, facilmente leggibili; alle tinteggiature quasi neutre che non interferissero con il potere evocativo della parola.
Successivamente, dalla metà degli anni anni '80 in poi, nascono opere governate da una purezza ed essenzialità formale, quasi di ordine concettuale, rastremate anche nella stesura del colore e nella sopitezza dei valori tonali. Sono composizioni che nascono all'interno di una geometrica ripartizione dello spazio pittorico, fino alla serie dei "Paesaggi" - dedicata ad alcuni grandi pittori del secolo passato come Gauguin o Cezanne - che chiudono il periodo della "poesia visiva".
Il saggio successivo è tratto dal catalogo di una mostra tenuta a Viareggio al Centro Culturale Ariete nel 1988.
"La letteratura — scrive Roland Barthes — la sa lunga sugli uomini. Nella Genesi leggiamo che la creazione del mondo avviene semplicemente «pronunciandolo». La parola da forma alle cose, le racconta all'esperienza dell'uomo, e si fa suo strumento di comunicazione. In questo modo possiamo interpretare il senso di ogni « farsi artistico ».
Ed è altresì in un principio di comunicazione che l'arte trova la prima ragione del proprio continuo sviluppo. Quanto cammino dai primi segni che l'uomo componeva per trasmettere ad altri uomini ciò che la sua cultura aveva ordinato! Ed è presumibile che future forme di comunicazione useranno sistemi diversi, quali i colori, le note musicali, le parole, ordinati non solo nello stesso messaggio ma anche nello stesso alfabeto.
A tutto questo già guardano diverse espressioni artistiche che più generalmente rientrano nella denominazione di « poesia visiva ».
Dalle « parole in libertà » dei futuristi ai calligrammi di Apollinaire, dalle « pagine di scritture » di Accame alla « poesia tecnologica » di Pignotti, uno stesso intento ha sorretto queste esperienze: di concepire la parola non solo come segno semantico, ma anche come strumento visivo. Un manifesto pubblicitario può essere un esempio di come le parole e l'immagine possano concorrere ad uno stesso effetto.
Da questa breve introduzione si può facilmente cogliere il senso di ciò che sto presentando: una prova sulla disponibiiità della parola usata in uno spazio tradizionalmente visivo.
Queste tele, questi quadri, possono essere concepiti come « altre pagine »; strumenti di una struttura linguistica capace di ricostituire i propri segni in un altro ordine; dove la nostra coscienza delle cose riesca a stupirsi, a non riconoscersi quasi, al suono o all'apparizione di quelle stesse parole che le pronunciano. Ed in fondo non è proprio di ogni percorso artistico rimuovere le considerazioni su di un « certo tema », qualunque esso sia, ampliandole in virtù di una ristrutturazione, di una invenzione, puramente linguistica?
Ecco allora l'invito a non voler considerare quanto presento come un fatto compiuto, un disegno ed una scritta chiusi in uno spazio. Piuttosto sono momenti, frasi, di una stessa convinzione: che sia possibile scrivere poesie fatte di parole, forme, colori."
00:59
Scritto da: girovabondo
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07/06/2007
Provvisorio
arphon tiharphon seguìlimi preebado pohn e phon seguìlimi
ohn forse non dovevo fohn e fohn prebado non dovevo
scriverti ma portar ti arfohn tiharfohn scriver ti ma
port arti come ruga seguìlimi preebado fon e fon
scriverti qualsiasi quals iasi qualsiasi quaals
non scriverti portarti ohn dovevo
quals come un tatuaggio fohn come una ruga
Incontrai Giancarlo Majorino agli inizi degli anni ottanta, forse nel 1983, a Lido di Camaiore, la bella cittadina versiliese che corre, lungo la costa tirrenica, proprio di fianco a Viareggio. Era qui per il Premio di Poesia Camaiore, ospite di Francesco Belluomini, presidente e animatore del premio.
Lo incontrai in un albergo sul lungomare, andato a quell'incontro spinto dalla grande curiosità che un suo libro, allora recentemente pubblicato, mi aveva procurato. Quel libro era Provvisorio, edito per Lo Specchio Mondadori: uno dei pochi testi, a mio avviso, che rimarranno di quel periodo attraversato da movimenti e sommovimenti che avevano avuto origine, nei nostri anni sessanta, in una ricerca poetica spassionata, spesso condotta dietro il filo dell'intelletto, dove le ragioni e le regioni intellettuali e teoriche abbondavano, densa di cerebralismi, ma raramente capace di pulsare di quella strana luce che è poi il testo poetico. Provvisorio sfuggiva a tutto questo: era indubbiamente un testo d'avanguardia, nasceva senza titubanze in quall'alveo, ne riprendeva impostazioni e disegni, facile quindi a essere confuso tra i molteplici che in quel tempo, nella letteratura italiana e internazionale, venivano pubblicati senza altro motivo che quello di collocarsi in un linguaggio alieno alla tradizione poetica - come ne era, per diversi motivi, esplicita e dichiarata intenzione - ma che pure finivano per rimanere estranei a qualsiasi timbro o registro poetico, come ne era poi destino ed esito ampiamente scontato e confermato nel corso degli anni.
In quei versi di Majorino pulsava invece una passione che li governava e accendeva, che avvertivo ma che non sapevo nominare. E per trovare quel nome andai, appunto, all'incontro con il poeta. Parlammo di tante cose, volammo o sedemmo intorno a quei versi, ma non ebbi la risposta che cercavo.
Ci incontrammo nuovamente nel 2000, questa volta a Pietrasanta, ancora in Toscana e nell'occasione di una mia mostra di pittura, costruita fisicamente all'interno del chiostro di San Agostino, che si apre al centro della cittadina, e oltre quelle mura, che ospitavano i miei quadri, in una idea che veniva e perdurava da quei lontani anni ottanta e che ancora comprendeva quei versi del poeta milanese, o qualcosa che in quelli avvertivo, e li poneva come parte della mia esposizione svolta lungo un percorso all'interno del chiostro dove, tra l'altro, avevo organizzato, nell'economia della mostra stessa, una lettura di alcuni testi di Provvisorio, affidata ad alcune attrici che, in verità, glissarono alquanto dalle mie impostazioni e intenzioni dando una lettura che non mi convinse e che ancora rimpiango di non aver saputo spiegare e piegare alle mie idee e volontà.
Alla sera cenai insieme al poeta e ad altri amici. Tra quelli ricordo Nicola Micieli, e il poeta genovese Luciano Roncalli. In quella conversazione un poco del mio originario stupore ebbe finalmente un nome, che ancora sale alla mia mente quando poso gli occhi su quel testo; ancora convinto, come allora, che Provvisorio rappresenti una reale evoluzione della poesia italiana, un passaggio centrale, le cui fila, ora disperse o disattese, un qualche giorno saranno riprese e i semi di quei versi verranno, prima o poi, qui da noi a fiorire.
16:46
Scritto da: girovabondo
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