18/06/2007
Poesia Visiva, di Arturo Lini
Ho cominciato ad interessarmi alla poesia visiva agli inizi degli anni '80, dopo la stesura di "Opera Prima" raccolta poetica poi pubblicata nel 1983, come naturale evoluzione di una ricerca poetica e sperimentale che aveva avuto nel "Gruppo 63" e nei poeti visivi fiorentini degli anni '70 i termini di riferimento.
Devo dire, nonostante queste premesse, che da subito mi ritrovai a comporre opere che si costituivano, e caratterizzavano, in un linguaggio personale, svincolato da qualsiasi teorizzazione o progettazione, più vicino a una sensibilità pittorica e gestuale che non alle contemporanee elaborazioni di ordine poetico visuale e concreto. Guardavo anche al manifesto pubblicitario: alla immediatezza del messaggio, alle grafie e alle scritture sviluppate in strutture chiare, facilmente leggibili; alle tinteggiature quasi neutre che non interferissero con il potere evocativo della parola.
Successivamente, dalla metà degli anni anni '80 in poi, nascono opere governate da una purezza ed essenzialità formale, quasi di ordine concettuale, rastremate anche nella stesura del colore e nella sopitezza dei valori tonali. Sono composizioni che nascono all'interno di una geometrica ripartizione dello spazio pittorico, fino alla serie dei "Paesaggi" - dedicata ad alcuni grandi pittori del secolo passato come Gauguin o Cezanne - che chiudono il periodo della "poesia visiva".
Il saggio successivo è tratto dal catalogo di una mostra tenuta a Viareggio al Centro Culturale Ariete nel 1988.
"La letteratura — scrive Roland Barthes — la sa lunga sugli uomini. Nella Genesi leggiamo che la creazione del mondo avviene semplicemente «pronunciandolo». La parola da forma alle cose, le racconta all'esperienza dell'uomo, e si fa suo strumento di comunicazione. In questo modo possiamo interpretare il senso di ogni « farsi artistico ».
Ed è altresì in un principio di comunicazione che l'arte trova la prima ragione del proprio continuo sviluppo. Quanto cammino dai primi segni che l'uomo componeva per trasmettere ad altri uomini ciò che la sua cultura aveva ordinato! Ed è presumibile che future forme di comunicazione useranno sistemi diversi, quali i colori, le note musicali, le parole, ordinati non solo nello stesso messaggio ma anche nello stesso alfabeto.
A tutto questo già guardano diverse espressioni artistiche che più generalmente rientrano nella denominazione di « poesia visiva ».
Dalle « parole in libertà » dei futuristi ai calligrammi di Apollinaire, dalle « pagine di scritture » di Accame alla « poesia tecnologica » di Pignotti, uno stesso intento ha sorretto queste esperienze: di concepire la parola non solo come segno semantico, ma anche come strumento visivo. Un manifesto pubblicitario può essere un esempio di come le parole e l'immagine possano concorrere ad uno stesso effetto.
Da questa breve introduzione si può facilmente cogliere il senso di ciò che sto presentando: una prova sulla disponibiiità della parola usata in uno spazio tradizionalmente visivo.
Queste tele, questi quadri, possono essere concepiti come « altre pagine »; strumenti di una struttura linguistica capace di ricostituire i propri segni in un altro ordine; dove la nostra coscienza delle cose riesca a stupirsi, a non riconoscersi quasi, al suono o all'apparizione di quelle stesse parole che le pronunciano. Ed in fondo non è proprio di ogni percorso artistico rimuovere le considerazioni su di un « certo tema », qualunque esso sia, ampliandole in virtù di una ristrutturazione, di una invenzione, puramente linguistica?
Ecco allora l'invito a non voler considerare quanto presento come un fatto compiuto, un disegno ed una scritta chiusi in uno spazio. Piuttosto sono momenti, frasi, di una stessa convinzione: che sia possibile scrivere poesie fatte di parole, forme, colori."
00:59 Scritto da: girovabondo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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